Iraq, la fabbrica delle prove
I media americani rivelano che la Casa Bianca ha spinto la Cia a costruire dossier immaginari sugli arsenali di Saddam
L'uomo chiave si chiama Lewis "Scooter" Libby. Già fedele collaboratore di Ronald Reagan, oggi è il direttore del gabinetto del vicepresidente Dick Cheney, ma soprattutto è colui che ha fisicamente raccolto le "prove" sui famigerati arsenali di sterminio di Saddam Hussein. Con metodi però ben poco ortodossi.

Secondo il Washington Post la Casa Bianca, negli spasmodici passaggi della crisi irachena, ha esercitato una fortissima pressione sui servizi segreti, affinché confezionassero in fretta e furia una gigantesca mole d'informazioni per mettere l'ex regime con le spalle al muro. Un metodo definito «inusuale» dal celebre quotidiano. Sostanzialmente si trattava di dimostrare due cose: la pericolosità dei programmi militari del regime, e il "link" tra Bagdad e la rete terroristica al-Qaeda.

Il lavoro di ricerca viene terminato alla vigilia dell'esibizione di Colin Powell al Consiglio di sicurezza dello scorso 5 febbraio. Come vi ricorderete il Segretario di Stato presentò un fantomatico dossier fatto di intercettazioni telefoniche, foto satellitari, misteriose provette, testimonianze inverificabili. L'esibizione, largamente lacunosa, non convinse affatto i membri delle Nazioni Unite, ma di fatto costituì il preludio dell'attacco militare nel Golfo. In realtà quei documenti furono il frutto di una lacerante trattativa tra i falchi dell'amministrazione e lo stesso Powell, un conflitto sotterraneo che ha costellato tutte le convulse fasi pre-belliche. Il capo della diplomazia statunitense era infatti inizialmente incaricato di andare al Palazzo di vetro con una documentazione ben più corposa di quella di cui poi si è servito. Più corposa ma oggettivamente ridicola.

Il settimanale Us News pubblica in proposito un gustoso retroscena. Siamo a fine gennaio, mancano pochi giorni all'arringa. Libby consegna a Powell la documentazione. Dopo una rapida sfogliata il Segretario di stato sbotta, minacciando di dimettersi: «Non posso leggere questa bozza, è un testo di merda». Si rischia la crisi interna. In effetti tra gli indizi raccolti da Libby ve ne erano alcuni addirittura grotteschi. Come l'allusione all'acquisto di "software sensibili" prodotti da una ditta australiana; programmi in grado di riprodurre le carte topografiche delle maggiori città Usa in vista di un attacco diretto di Saddam sul territorio americano. "Rivelazione" considerata peraltro «inattendibile» dagli stessi reparti di intelligence che l'hanno più volte smentita. Per quattro giorni e quattro notti Powell si chiude con la sua squadra di fedelissimi per scremare l'impresentabile dossier, incontrando a più riprese tutti i pesi massimi dell'amministrazione con i quali si intrattiene in estenuanti conciliaboli. Il risultato finale lo conosciamo. Una dimostrazione di scarso tenore scientifico: «più deduttiva che empirica», per impiegare la definizione di un editoriale apparso in settimana sulle colonne del Time. Oggi sappiamo che avrebbe potuto essere ancora più truccato.

Proprio mentre l'ispettore Hans Blix ribadisce che in Iraq non è stato trovato nemmeno un insetticida, e che probabilmente nei prossimi mesi non verrà trovato nulla, negli Stati uniti scoppia la polemica sull'opera di sistematico "lobbysmo" della vicepresidenza nei confronti dei propri servizi segreti, accusati a loro volta di supina sottomissione ai voleri di Bush. Il Congresso ha già annunciato che verrà aperta una commissione di inchiesta sulle informazioni fornite per giustificare la guerra.

Daniele Zaccaria