Il principio di cautela o precauzione
(ormai acquisito a livello comunitario come principio
ispiratore delle politiche di prevenzione) afferma:
Quindi, una moderna legislazione di tutela
sanitaria e ambientale inverte l’onere della prova: per
intervenire con norme di protezione non occorre dimostrare che un
prodotto o una tecnologia è sicuramente dannosa, occorre
dimostrare, al contrario, che è sicuramente innocua.
A questa impostazione, in linea con la più avveduta ricerca in
campo scientifico, sia sperimentale che epidemiologica, si
oppone la difesa degli interessi delle imprese (le
società elettriche e delle telecomunicazioni) e delle lobbies
che ne difendono gli interessi.
Il problema nasce per i cosiddetti effetti
a lungo termine, derivanti dalle esposizioni prolungate anche a basse
dosi (per esempio una abitazione che è situata vicino a un
elettrodotto o un impianto di radiotrasmissione (ripetitori,
radar ecc.).
Tali effetti non sono definiti “deterministici” (ovvero non
c’è un rapporto automatico di causa ed effetto per ogni soggetto
esposto) ma sono “stocastici”, cioè rilevati dalle indagini
epidemiologiche sulle popolazioni esposte (tali indagini
dimostrano un aumento della probabilità di ammalarsi o
contrarre disturbi, anche per esposizioni a dosi centinaia di volte
inferiori a quelle stabilite per proteggersi dagli effetti
immediati).
Da qui, la distinzione tra “effetti acuti”, ovvero limiti da non
superare per qualsiasi tipo di esposizione anche brevissima ed
effetti a lungo termine, ovvero limiti da non superare per esposizioni
prolungate, al fine di prevenire indesiderati effetti a lungo termine.
Per le basse frequenze (gli elettrodotti), che sono tecnologie usate da
più anni, l’indagine epidemiologica ha dimostrato un
aumento dell’incidenza di patologie anche gravi quali la leucemia
infantile.
Tali effetti sono evidenziati dalle indagini più recenti
anche dalle più recenti tecnologie legate alle alte frequenze
(ripetitori, trasmettitori, ecc.).
Per usare un esempio: nel caso
dell’amianto, le prime indagini, pubblicate sulle riviste
scientifiche, che dimostravano una correlazione tra l’uso di quel
materiale e l’insorgenza di gravi malattie, quale il tumore,
risalgono agli anni 30 ma l’intervento legislativo è
arrivato solo dopo decenni, con tutte le conseguenze gravissime
sulla salute dei lavoratori e dei cittadini.
2. Qual è la situazione legislativa sull’elettrosmog?
La legge quadro (n. 36 del febbraio 2001),
prevedeva che entro 60 giorni dalla sua pubblicazione dovessero essere
varati i decreti attuativi della medesima, in particolare in
relazione all’individuazione dei limiti di esposizione (limiti da
non superare in qualsiasi condizione espositiva, ovvero limiti
per i cosiddetti effetti acuti), dei valori di attenzione (ovvero
limiti da non superare ovunque la popolazione risiede, ovvero
limiti per la protezione dai possibili effetti a lungo termine) e
degli obiettivi di qualità (valori per la minimizzazione delle
esposizioni, quindi limiti per i nuovi impianti e per il risanamento
degli impianti dove si superano i valori di attenzione).
Tali decreti dovevano, quindi, essere emanati entro aprile del
2001.
I testi erano già predisposti e prevedevano per gli elettrodotti
il valore di attenzione di 0,5 micro tesla e l’obiettivo di
qualità di 0,2 micro tesla; per le alte frequenze si
prevedeva l’obiettivo di qualità di 3 volt metro.
Questi decreti non sono stati varati dal governo di centro
sinistra malgrado, come detto, i testi avessero già avuto
un via libera da parte delle commissioni parlamentari e il governo si
fosse impegnato formalmente, in sede di approvazione finale della
legge, a rispettare rigorosamente i tempi previsti.
I poteri, in particolare degli enti locali, di varare regolamenti per
la minimizzazione delle esposizioni delle popolazioni si fondano
su una serie di riferimenti giuridici.
Qui di seguito si citano quelli più specifici:
Questi riferimenti normativi, quindi, rappresentano la base giuridica che fonda la possibilità per i comuni di dotarsi di regolamenti che migliorino le condizioni espositive delle popolazioni residenti. Si tratta, in pratica, di riferirsi al concetto di minimizzazione delle esposizioni che non è, evidentemente, un termine letterario, bensì un concetto presente nella legge e che è responsabilità delle amministrazioni locali applicare concretamente.
3. Il governo delle destre
Sono gravi le responsabilità del governo
di centro sinistra nel non aver dato attuazione alla legge
sull’inquinamento elettromagnetico con il varo dei decreti
attuativi.
Detto questo, occorre denunciare con grande forza il tentativo
messo in atto dalle destre di azzerare ogni normativa di
protezione in materia di elettrosmog.
Questi sono gli atti messi in campo dal governo:
Il significato è semplice ed esplicito:
libertà d’antenna per le imprese.
Il messaggio è chiaro: tu comitato che ti batti contro una
installazione che ritieni dannosa, stai bene attento, ora la tua
opposizione può essere considerata “reato di impedimento o
turbativa”.
Allo stesso modo, l’avvertimento è per le amministrazioni
locali: se vari un regolamento che detta condizioni alle installazioni,
da oggi, a giudizio dell’impresa, quello può essere considerato
“impedimento o turbativa” e tu puoi essere direttamente citato in
giudizio.
Contro questo decreto, che è una potente violazione delle
prerogative delle Regioni e dei comuni, costituzionalmente
garantite in materia di governo del territorio, pende il ricorso
di molte Regioni (anche governate dal centro destra) .
4. C’entra tutto questo con il referendum proposto
sull’elettrosmog?
Si c’entra moltissimo.
Con il referendum si propone l’abrogazione di una norma
vecchissima, un regio decreto che prevede l’esproprio per il
passaggio degli elettrodotti.
E’ anche attraverso questa norma che a molti cittadini,
associazioni e comitati è impedito di opporsi al passaggio
di elettrodotti che corrono troppo vicini alle abitazioni o che
deturpano il paesaggio.
Ma c’è, ovviamente, un problema di fondo che viene sollevato. Il
problema è il chi decide.
C’è una linea, quella che il governo delle destre ha preso
chiaramente, la quale afferma che l’impresa è il “dominus” cui
tutto va subordinato, anche il diritto alla salute. Coerentemente
a questa impostazione, il governo delle destre ha varato il
decreto legislativo di cui sopra e che, con il pretesto di
accelerare la realizzazione delle infrastrutture, in realtà ha
l’obiettivo di togliere ogni possibilità di intervento
alle comunità locali, intese sia nel senso di cittadini
organizzati in comitati e associazioni sia nel senso di poteri locali.
Secondo questa impostazione, l’impresa decide secondo i suoi
interessi, fa i progetti, li presenta e il comune ci mette sopra
il timbro (anzi, neanche è più necessario quello,
perché introduce, in relazione alle richieste delle imprese, il
criterio del silenzio assenso).
Attraverso l’abrogazione di quella norma sulla servitù di
elettrodotto (regio decreto 11 dicembre del 1933, n. 1775), da un
lato si da uno strumento concreto di battaglia ai comitati che si
battono contro la costruzione di nuove linee che non rispettino i
criteri di tutela ambientale o che passano vicino alle abitazioni,
dall’altro si da uno scossone contro la pretesa del governo di
affossare la normativa di protezione contro l’elettrosmog e di
impedire alle Regioni e ai comuni di tutelare con propri
regolamenti l’ambiente e la salute.
5. Alcune domande sull’elettrosmog e il referendum
Se gli scienziati sono divisi e non esiste certezza sui danni dell’elettrosmog, non sarebbe meglio aspettare prima di intervenire con norme di protezione?
Non è vero che la comunità
scientifica è divisa. Il punto non è che esiste una
controversia sui danni prodotti dall’elettrosmog. Ciò che
ancora non è definito è il nesso di causalità. Si
può citare, per riferirsi a documenti ufficiali degli
Istituti pubblici, questo brano tratto da un documento
dell’Istituto Superiore di Sanità:
“Gli studi epidemiologici suggeriscono un’associazione tra
l’esposizione residenziale a campi magnetici a 50 Hz,
generalmente valutata in modo indiretto, e la leucemia infantile. Il
nesso di causalità, tuttavia, non è dimostrato.”
Dire che i risultati di un’indagine non siano ancora conclusivi
non vuol dire che siano contrastanti. La correlazione tra
l’esposizione e il danno alla salute è dimostrata, quello che va
ancora approfondito è il nesso biologico di causa ed
effetto.
La necessità di agire è ammessa dallo stesso
Istituto Superiore di Sanità che scrive:
“L’esistenza di margini di incertezza non viene negata, ma se ne
tiene conto esplicitando il fatto che nella definizione degli
standard si sta adottando un atteggiamento di tipo cautelativo. In
campo ambientale infatti sono la regola e non l’eccezione le
situazioni nelle quali i dati scientifici sono insufficienti per
sostenere una conclusione, e nonostante questo una decisione va
presa.”
L’elettrosmog è conseguenza dello sviluppo tecnologico da tutti desiderato. Perché lamentarsi di conseguenze negative estremamente limitate a fronte di progressi tecnologici nelle telecomunicazioni così prodigiosi?
Non si tratta di impedire lo sviluppo delle
tecnologie. Il punto del confronto non è quello. Il nodo dello
scontro è impedire il “far west” delle installazioni,
ovvero porre delle regole e delle garanzie che tutelino gli
interessi collettivi, primi fra tutti la salute e l’ambiente.
D’altra parte, anche per altri fattori inquinanti si agisce nella
direzione di porre dei vincoli e, perfino, delle limitazioni. Il
fumo è causa di tumori ma non tutti coloro che fumano
sicuramente si ammalano.
Tuttavia sempre più rigidamente si approvano restrizioni
(per esempio il divieto di fumare in luoghi pubblici) per salvaguardare
la salute collettiva.
Analogamente, per il traffico automobilistico, verificato che provoca
inquinamento, si pongono dei limiti, superati i quali, vi è il
blocco del traffico e, nelle città, le amministrazioni
possono stabilire delle restrizioni alla libera circolazione
delle autovetture.
Per l’elettrosmog , deve avvenire lo stesso.
Ferma restando la copertura della rete (e, ormai, il servizio di
radiocomunicazione, sia televisivo che della telefonia cellulare,
copre l’intero territorio), l’intensificazione del traffico, che
è ciò che interessa oggi alle imprese, deve essere
sottoposta alle condizioni, stabilite dalle normative nazionali,
regionali e dai regolamenti comunali, che la pubblica
amministrazione decide per garantire la salvaguardia della salute
e dei beni ambientali e paesaggistici.
Perché un referendum sull’elettrosmog, che è un tema così controverso? Non era meglio affrontare altri temi di salvaguardia sanitaria e ambientale?
L’elettrosmog non è una questione
marginale. Interessa tutto il Paese e permette di intervenire su un
nodo nevralgico dello sviluppo e dell’uso delle tecnologie.
Non è neanche vero che nel resto dell’Europa il problema
non sia stato affrontato.
In alcuni Paesi europei ( per esempio quelli del nord Europa, la
Polonia, la Svizzera) esistono normative sull’elettrosmog che
pongono limiti restrittivi e, anche negli altri Paesi non si
assiste alla “deregulation” italiana.
Negli stessi USA, in un territorio enormemente più esteso
dell’Italia, vi è un numero di antenne inferiore che nel
nostro Paese.
Sul tema dell’elettrosmog, inoltre, si è sviluppato un
movimento, assai composito, di associazioni e comitati che si
battono nei territori per contrastare l’installazione di
infrastrutture che destano preoccupazione e per richiedere il
risanamento delle situazioni più compromesse.
Si tratta di un movimento spesso con scarsi collegamenti e a
volte confuso, ma che parte dal basso ed esprime l’esigenza di
regole che contrastino il liberismo selvaggio.
Il movimento referendario aveva proposto tre referendum:
sull’elettrosmog, contro gli inceneritori di rifiuti e contro i
pesticidi negli alimenti.
Certamente, i tre referendum, assieme, avrebbero meglio
rappresentato l’esigenza di una nuova politica contro
l’inquinamento che avvelena l’ambiente e addirittura i cibi, prodotto
dalla sciagurata politica neoliberista che il governo delle
destre applica inesorabilmente.
Malgrado tutti i referendum avessero raccolto il numero delle firme
necessarie, la sentenza della Corte Costituzionale ha
inspiegabilmente e ingiustamente bocciato i due quesiti sugli
inceneritori e i pesticidi.
Dovremo, quindi, anche attraverso il solo referendum rimasto,
quello sull’elettrosmog, avere la capacità di sollevare, oltre
la questione specifica, il tema più generale di una svolta nelle
politiche di salvaguardia ambientale e di tutela sanitaria dagli
inquinamenti prodotti dalle politiche di liberalizzazione e
privatizzazione.
Il quesito
referendario propone l’abrogazione delle norme che permettono
l’esproprio delle proprietà per il passaggio degli
elettrodotti. Non è un referendum a difesa della
proprietà privata? Non c’era da proporre un altro quesito
in materia di elettrosmog più chiaro?
Il problema è che nel caso
dell’inquinamento elettromagnetico vi è una carenza legislativa
e che il governo delle destre, come detto prima, vuole affossare
la legge esistente con l’emanazione di decreti che mettono limiti
farsa e vuole eliminare i poteri delle regioni e dei comuni.
Attraverso la questione della servitù di elettrodotto, quindi,
si affronta il problema dell’elettrosmog, ovvero la
necessità o meno di una normativa di tutela.
Il nostro impegno
dovrà consistere nel far comprendere il nesso tra la vittoria
del referendum e la sconfitta del tentativo di affossare la legge
e i regolamenti comunali e, contemporaneamente, far avanzare una
nuova stagione di diritti anche in campo sanitario e ambientale
contro la pretesa delle imprese di essere libere di inquinare (magari,
dopo, approfittando delle sanatorie e dei condoni).
La domanda se il referendum alla fine non rischia di favorire la
proprietà privata dei terreni è più
insidiosa in quanto tenta di aprire con i promotori una polemica, per
così dire, “da sinistra”.
Anche qui, però, la questione può essere chiarita
facilmente: l’imposizione di nuovi elettrodotti non risponde più
all’esigenza di elettrificazione del Paese mentre favorisce il
processo di deregolamentazione determinato dalla privatizzazione
del settore energetico.
In pratica, oggi si tratta di garantire gli allacci alle
centinaia di centrali private che con la liberalizzazione
vogliono essere imposte contro la volontà degli abitanti dei
territori.
La stessa cosa accade per l’alta velocità.
Si tocca, in tal modo, un nodo di fondo della selvaggia politica
liberista delle destre: la privatizzazione dell’opera pubblica, il
tentativo, cioè, attraverso i processi di privatizzazione e di
deregolazione del governo del territorio, di utilizzare le norme
pubbliche flettendole agli interessi privati delle imprese.
Quindi, lo strumento referendario è utile alle associazioni e ai
comitati per combattere quelle opere devastanti e può
consentire di affrontare uno degli aspetti più pesanti che
caratterizza il governo delle destre.
Ma, con il referendum, si affronta un altro
nodo di fondo: la critica alle politiche di liberalizzazione.
Facciamo un solo esempio, per far comprendere come, nel caso
dell’elettrosmog, si sia scelto un meccanismo di liberalizzazione
assolutamente selvaggia.
Se si parla di liberalizzare il servizio ferroviario, nessuno
è così folle da ritenere che più concessionari del
servizio costruiscano proprie reti ferroviarie, si pensa che
più concessionari possano utilizzare la medesima rete
(quindi, che sugli stessi binari possano passare treni di differenti
proprietari).
Ugualmente, poteva essere pensato per le antenne di radiotrasmissione:
separare la proprietà delle infrastrutture (mantenendola
pubblica) dal servizio (svolto da più concessionari in
concorrenza).
Aver permesso che a ogni concessionario corrispondesse una
propria struttura di rete, porta alla moltiplicazione infinita di
antenne e ripetitori che assediano le città, creano un impatto
paesaggistico intollerabile e producono gravi preoccupazioni per
i cittadini.
Il referendum sull’elettrosmog è, quindi, anche un’occasione per discutere del modello di sviluppo e delle scelte sciagurate imposte dalla politica di sfrenato liberismo.