ARTICOLO 18

Cosa dice l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e a chi si applica...

L'art. 18 - quando sia accertato in tribunale che il licenziamento è ingiusto - prevede che il lavoratore abbia il diritto di riavere il proprio posto di lavoro, la copertura previdenziale dal licenziamento alla reintegrazione, nonché un risarcimento pari alle retribuzioni perse che non può comunque essere inferiore a 5 mensilità.
Il lavoratore inoltre, se non intende più tornare nel proprio posto, può chiedere - in sostituzione della reintegrazione -ulteriori 15 mensilità.
L'art.18 si applica non a tutti i lavoratori subordinati ma solo a quelli che lavorano in unità produttive che abbiano più di 15 dipendenti o comunque per datori di lavoro che, avendo molte sedi con pochi dipendenti in ciascuna di esse, occupino più di 60 dipendenti in Italia.
Tutti coloro che invece lavorano per imprese che occupano meno dipendenti oppure lavorano per partiti, sindacati, scuole religiose ecc. (che ad oggi sono esclusi dall'applicazione del 18) a fronte del licenziamento ingiusto e arbitrario possono solo avere un'indennità economica veramente irrisoria che va da 2 mensilità e mezzo dell'ultima retribuzione fino a 6.

Cosa cambia se vince il SI ...

La vittoria del referendum, fatti sempre salvi i casi esclusi dalla legge (il lavoro domestico, quello dei dirigenti, degli sportivi ecc.), comporterebbe che, di fronte alla stessa ingiustizia, si hanno gli stessi diritti per tutti e cioè quello di poter tornare nel proprio posto di lavoro da cui si è stati ingiustamente espulsi, di avere i contributi anche per il periodo di ingiusta disoccupazione sino alla sentenza, e di vedersi risarcito il reale danno subito.
Si otterrà cioè un effetto che nulla ha a che vedere con la flessibilità in uscita (disciplinata da altre norme) ma con la giustizia (uguale lavoro, uguali diritti), con la libertà (di programmare la propria vita) e con la dignità (di pretendere il rispetto della propria persona) senza il permanente ricatto di poter essere cacciati con un pugno di euro.
Si otterrà cioè che finalmente tutti i lavoratori verranno trattati come cittadini che, infatti, a fronte di un ingiusto recesso da un qualsiasi contratto hanno sempre il diritto di chiederne l'adempimento oltre al reale risarcimento del danno.

La situazione attuale ...

Di seguito una piccola descrizione di come l'attuale governo sta cambiando il mondo del lavoro.
Sebbene il referendum sull'articolo 18 non abbia sempre molto a che fare con le nuove riforme un'eventuale vittoria sara' sicuramente un segnale forte per il governo su quelle che sono le reali necessita' dei lavoratori e delle lavoratrici

Preambolo

Con la legge n. 30/2003 (la cosiddetta applicazione della riforma Biagi) approvata la settimana scorsa e che entrera' in vigore a settembre non si riforma affatto il mercato del lavoro: lo si rende un corpo a corpo medievale, una terra di nessuno dove il diritto del più forte, l'azienda, diventa l'unica bussola normativa.
Il mondo del lavoro viene ricondotto a forza alla sua natura di merce e quello che il vecchio Marx aveva descritto nell'ottocento, ridiventa la regola.
Un balzo indietro che mortifica la dignità e vanifica la speranza di futuro.
Non è più solo questione di precarizzazione dei rapporti di lavoro, quanto di una riduzione dell'uomo e della donna, a bestia da soma.
Basta scorrere alcune delle misure più eclatanti previste dalla legge per rendersene conto.

La nuova schiavitù, ovvero lo staff leasing

In ottemperanza alle raccomandazioni della Commissione europea viene smantellato il sistema del collocamento pubblico e viene affidata ogni attività di intermediazione ai soggetti privati.
Con lo staff leasing (avvertenza: entriamo in una serie di definizioni ad effetto in inglese dietro le quali, statene certi, si nasconde sempre una fregatura) viene riconosciuta e autorizzata la somministrazione di mano d'opera.
Il lavoratore rimane dipendente dell'agenzia di fornitura e presterà il suo lavoro nell'azienda che richiede il servizio.
Le persone divengono così una merce liberamente commerciabile, facendo nascere una nuova professione: il commerciante del lavoro altrui.
Una volta si chiamava caporalato: la parola non sta bene, e quindi è sostituita dal leasing.

Come ti aggiro l'articolo 18
Viene poi modificato il regime del trasferimento d'azienda, stabilendo che il requisito dell'autonomia funzionale non deve più essere preesistente ma solo al momento del trasferimento.
Qualunque pezzo di un'azienda, sia o non sia autonomo, può essere ceduto all'esterno - insieme con i relativi dipendenti - senza possibilità di opporsi alla cessione: è sufficiente creare 5 minuti prima del trasferimento un gruppo di persone e dare loro una definizione organizzativa aziendale.
Prima era necessario che il ramo d'azienda ci fosse e ci fosse realmente e fosse anche autonomo funzionalmente, molto prima della cessione: ora sarà facilissimo creare "rami d'azienda" da cedere, creandoli appositamente, un attimo prima della cessione.
E' evidente che in questo caso, ai lavoratori "ceduti", se in numero inferiore a 16, non si applica l'articolo 18!
Troppo lavoro? Dividilo! Si introduce l'affascinante "job sharing" (è l'inglese che ritorna, attenzione).
Non è un insulto, significa che il lavoro si può "condividere".
Quello che prima facevi da solo ora lo fai in due: ovviamente a metà stipendio.
Un part time più conveniente perché non spezza la continuità produttiva, salvo per la breve pausa in cui i due lavoratori si danno il cambio (sempre che non venga istituzionalizzata la staffetta).
Prevista anche l'estensione delle forme flessibili ed elastiche ai contratti a part time a tempo determinato.
Si chiama Job on call, ma è schiavitù Sempre con la tecnica della definizione esotica viene poi inserita una forma moderna di schiavitù: il lavoro a chiamata.
Con questa nuova figura, si crea una nuova specie di lavoratore che resta a disposizione illimitatamente nell'eventualità che il datore di lavoro abbia bisogno di lui.
Gli verrà pagato solo il lavoro effettivamente prestato, mentre potrà percepire una modesta indennità di disponibilità per il tempo in cui rimane a disposizione in attesa di essere chiamato!
Un contratto ottimo per chi ama stare in casa, magari davanti al telefono in attesa che questo suoni.
Sperando che non sia la Telecom che annuncia il taglio della linea.
 Il lavoro come la CartaTim Sempre in linea con i moderni contratti da telefono cellulare, vengono introdotti i "buoni lavoro".
Se hai bisogno della prestazione di una persona, ti rivolgi all'agenzia privata - ricordate? il collocamento è abolito - e compri un "buono" che incorpora una certa quantità di lavoro prepagato.
Il lavoratore, ovviamente, è pagato - meno - dall'agenzia con la quale ha stipulato il suo contratto.
Resta da capire se verrà prevista un'apposita fessura nel corpo della persona prescelta per inserirvi il buono...
Dal co. co. co. al progetto I fatidici co. co. co. vengono eliminati. Bene, direte voi.
E infatti il governo la spaccia come la misura più innovativa (dimostrando una coda di paglia lunga un chilometro).
In realtà i contratti di collaborazione coordinata e continuativa si trasformano nel più altisonante "contratto a progetto": ti assumo per collaborare a un progetto - un'espansione, un nuovo prodotto, una ricerca... - per un periodo certo, quindi continuativamente e, immaginiamo, coordinandosi con gli altri dipendenti.
Et voilà, la riforma è fatta.
Qualcuno starà già pensando che, comunque, basta dimostrare a un giudice che il proprio lavoro continua a essere mascherato da autonomo, mentre è invece è subordinato, per ottenere un risarcimento. Sbagliato.
Viene infatti introdotta la "Certificazione" del rapporto di lavoro, introducendo speciali commissioni davanti alle quali il datore di lavoro può portare il lavoratore, prima di assumerlo, per fargli giurare, in una sede pubblica, che il rapporto che si va ad instaurare è proprio di lavoro autonomo e non subordinato.
Il lavoratore naturalmente può rifiutarsi di andare a giurare ("certificare"), ma quanti lavori troverà in questo modo?
Pronto l'assalto all'art. 18  Dietro l'angolo c'è anche il disegno di legge delega 848-bis che contiene la sospensione dell'efficacia dell'art. 18 per una serie di categorie, e l'arbitrato in materia di lavoro (cioè non più i giudici dello Stato, ma giudici privati, che devono decidere le cause di lavoro e quindi valutare, tra le altre cose, i licenziamenti, applicando non più la legge, ma l'equità).
Un ulteriore limitazione al sacrosanto diritto sancito dallo Statuto, già abbondantemente eroso dalla miriade di esternalizzazioni operate in questi anni in direzione di piccole, o piccolissime, imprese ciascuna chiamata a contribuire solo in minima parte al processo produttivo.
Ma ciascuna rigidamente sotto la soglia dei 16 dipendenti e quindi al riparo da "rischi" e da regole.
Quanti altri motivi dobbiamo addurre per sorreggere il Sì al referendum sull'articolo 18?
 
Con il Sì si può difendere e allargare un diritto fondamentale, e ci sono almeno 18 motivi:

1. Perché l'articolo 18 difende contro i licenziamenti ingiusti, fatti violando le norme dei contratti e le leggi. E' un giudice che riconosce questa violazione del diritto e rimette al suo posto chi è stato ingiustamente licenziato.

2. Perché i contratti e le leggi offrono molti motivi e molte cause per il licenziamento. Se esso avviene senza causa e senza motivo, allora vuol dire che le cause e i motivi di esso non si possono ammettere, non si possono dire, non sono giusti.

3. Perché la minaccia di essere licenziato in qualsiasi momento senza causa o motivo giusto può costringere la lavoratrice e il lavoratore a rinunciare ad un giusto salario, alla salute e alla sicurezza del lavoro, e a tanti diritti.

4. Perché un diritto è davvero tale solo se difende tutti. Chi oggi ha l'articolo 18 sarà più sicuro se esso sarà esteso a chi non ce l'ha.

5. Perché da troppo tempo i lavoratori delle aziende più piccole subiscono la mancanza di una tutela contro i licenziamenti ingiusti. E questa ingiustizia non è meno ingiusta solo perché dura da tanto.

6. Perché oggi le aziende grandi sono sempre meno, quelle piccole e piccolissime sempre di più. Sempre più persone rischiano di essere escluse dalle tutele contro i licenziamenti ingiusti.

7. Perché spesso sono proprio i lavoratori delle aziende più piccole ad avere più bisogno delle difese della legge.

8. Perché oggi sono prima di tutto i giovani che lavorano senza diritti, con la minaccia del licenziamento e della precarietà.

9. Perché il lavoro precario e senza diritti costringe i giovani a non costruire il futuro, a non fare progetti, a rinunciare a speranze.

10. Perché non è vero che le aziende vanno meglio se i lavoratori hanno sempre paura di essere licenziati. Le aziende migliori sono quelle dove i lavoratori sono rispettati e possono far valere i loro diritti.

11. Perché ci sono tante piccole aziende dove già oggi si applica l'articolo 18 e che non avranno nulla da temere dalla sua estensione per legge.

12. Perché invece quelle imprese che si approfittano dei loro dipendenti avranno finalmente un freno ai loro abusi. E così non potranno più fare concorrenza sleale a quelle che rispettano leggi, contratti e diritti.

13. Perché l'estensione dell'articolo 18 è una conquista di civiltà che non danneggia l'economia del paese. Anzi, un paese più civile è un paese più ricco.

14. Perché la Carta dei diritti dell'Unione europea prevede tra i diritti fondamentali dei cittadini europei che ci sia la tutela contro il licenziamento ingiusto.

15. Perché si stanno varando leggi che aumentano la precarietà, tolgono diritti al lavoro e peggiorano l'articolo 18. Il Sì al referendum le può fermare.

16. Perché c'è chi vuole eliminare l'articolo 18 anche per chi oggi ne usufruisce. E per questo spera nella sconfitta del Sì al referendum.

17. Perché se il 16 giugno avrà vinto il Sì tutti i lavoratori e le lavoratrici saranno un po' più liberi, e anche i precari, i collaboratori subordinati, gli interinali potranno avere dei diritti.

18. Perché un licenziamento ingiusto può capitare a chiunque. E tutte e tutti possono avere bisogno dell'articolo 18.

PERCHE' LE IMPRESE SONO DIVERSE, MA I DIRITTI, I LAVORATORI E LE LAVORATRICI SONO UGUALI